(francais / italiano)

 

La Siria vittima di "amici" falsi

 

 

1) Bosnia: dal narcotraffico alla Siria (M. Tatarević, 21 maggio 2013)

2) Kosovo : arrestations de « volontaires pour la Syrie » de retour au pays (13 novembre 2013)

3) Fa paura il ritorno a casa dei ribelli balcanici in Siria (S. Giantin, 20 dicembre 2013)

4) I pacifisti turchi accusano: Presentato alle Nazioni Unite un rapporto sui crimini di guerra commessi contro il popolo siriano (solidarite-internationale-pcf.over-blog.net/ - 14/01/2014)

5) Un Nouvel Israël dans le Nord de la Syrie (Bahar Kimyongür)

6) La guerra dei Saud contro la Siria (Bahar Kimyongür)

7) Fra Alitalia e Al Qaeda, l’ Italia negli “Amici della Siria” (Marinella Correggia, Marco Palombo)

 

 

Leggi anche:

 

Siria, ‘l’attacco con armi chimiche non fu opera di Assad’. Chi ha mentito chieda scusa
di Giulietto Chiesa | 18 gennaio 2014

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/18/siria-lattacco-con-armi-chimiche-non-fu-opera-di-assad-chi-ha-mentito-chieda-scusa/848362/

Plusieurs articles de BAHAR KIMYONGÜR:

La Syrie loyaliste : grand vainqueur de la Bataille de Montreux
http://www.mondialisation.ca/la-syrie-loyaliste-grand-vainqueur-de-la-bataille-de-montreux/5366411

 

L’arrestation d’une maman belge en Turquie, à qui la faute ?

http://www.silviacattori.net/article5321.html

 

France : élites et médias versent dans les fantasmes conspirationnistes
http://www.michelcollon.info/France-elites-et-medias-versent,4439.html


Belges en Syrie : Ni angélisme, ni diabolisation, juste la réalité
http://www.michelcollon.info/Belges-en-Syrie-Ni-angelisme-ni.html


Rapport sur les « crimes de guerre commis contre le peuple syrien » : les pacifistes turcs accusent
http://www.michelcollon.info/Rapport-sur-les-crimes-de-guerre.html


Pour en connaître davantage, voici le livre de Bahar Kimyongür :
Syriana, la conquête continue

http://www.michelcollon.info/spip.php?page=produit&ref=SYR

 

Voici quelques témoignages de Syriens que nous n’avons pas souvent l’occasion d’entendre :
http://www.youtube.com/watch ?v=rr13TFvWq10
http://www.youtube.com/watch ?v=jra2o603Bi4
http://www.youtube.com/watch ?v=ACZAIuxDDPc
http://www.youtube.com/watch ?v=114zELUhH2Y
Montreux - Bouthaina Shaaban, conseillère d’al-Assad, répond à Kerry et aux mensonges des opposants

 

 

=== 1 ===

 

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-dal-narcotraffico-alla-Siria-135638/(from)/newsletter

 

Bosnia: dal narcotraffico alla Siria


Majda Tatarević 

21 maggio 2013

 

 

I servizi segreti internazionali lo affermano da un po' di tempo. Mujaheddin starebbero partendo dalla Bosnia per combattere in Siria. Il settimanale bosniaco Dani ha seguito le tracce di uno di loro

(Tratto da Dani , pubblicato il 25 aprile 2013, selezionato e tradotto da Le Courrier des Balkans e Osservatorio Balcani e Caucaso)

 

Bajro Ikanović, un wahabita di Hadžići, si è recato in Siria nel 2012 per combattere come volontario. Dalla sua storia si apprende un po' più sul movimento wahabita in Bosnia di quanto non si faccia dalle informazioni contenute nei rapporti ben documentati dei servizi segreti stranieri. Poco prima di partire per la “Jihad” in Siria Ikanović si era vantato di buone connessioni con mujaheddin dell'Afghanistan, della Cecenia e dell'Iraq, che l'avrebbero potuto “aiutare”.

Come impone la regola wahabita Bajro Ikanović ha dovuto raccogliere dei soldi per mantenere la propria famiglia prima di partire: ha quindi chiesto ai “fratelli” di aiutarlo, discretamente. Aveva inoltre bisogno di fondi per finanziare il suo viaggio. Secondo nostre informazioni lo stesso capo della comunità, Nusret Imamović, si è dimostrato molto generoso.

Secondo le nostre fonti, pochi giorni dopo essere arrivato in Siria, Bajro Ikanović è stato ferito. Aveva raggiunto un gruppo locale specializzato in razzie: di computer, portatili, stampanti, lettori DVD e altri materiali. Problema: un altro gruppo ha voluto rimpiazzarli. I rivali si sono affrontati con le armi automatiche e Bajro Ikanović sarebbe stato colpito mentre tentava di proteggere il bottino.

Gravemente ferito, ha rischiato di vedersi un arto amputato. I suoi “fratelli” siriani gli hanno allora suggerito di rientrare a casa. Ma in Bosnia Erzegovina non ha alcuna assicurazione sanitaria che gli permetta di pagarsi cure così costose. Ha quindi preferito farsi accogliere in un ospedale riservato alle vittime del regime di Bashar Al-Assad, gestito da alcune Ong e finanziato da aiuti internazionali.

 

Un trafficante convertito al wahabismo

L'avventura di Bajro Ikanović potrebbe essere nulla di più che la storia di qualcuno che ha cercato di trarre profitto dalla tragedia della guerra, e non contribuisce certo a rinnovare l'immagine dei bosniaci, a volte accusati di essere mujaheddin, a volte terroristi islamici o membri di Al-Qaeda... ma soprattutto è una storia che racconta di un passato difficile.

Infatti, secondo la polizia bosniaca, Bajro Ikanović si guadagnava da vivere grazie al traffico di stupefacenti prima di convertirsi all'Islam. La prima volta che si è fatto il suo nome è stato nel 2005: era stato arrestato assieme ad altri wahabiti a seguito di un'operazione di polizia. Erano accusati della preparazione di un attentato in un paese europeo. La polizia ha trovato nell'appartamento dei suoi complici 20 kg di esplosivo, detonatori e armi. Condannato a 8 anni di prigione, Bajro Ikanović si è visto scontare la pena a 4 anni e mezzo in appello.

Nel giugno del 2009 ha beneficiato della condizionale dopo aver trascorso due terzi della pena in una prigione di Zenica. Il fatto che gli sconti di pena possano essere applicati anche a casi di terrorismo è evidentemente uno dei problemi principali della legislazione bosniaca.

Questo è particolarmente vero nel caso di Ikanović: immediatamente dopo la sua uscita di prigione, fa la conoscenza di Imad Al Husin, più conosciuto con il nome di Abu Hamza, uno dei capi dei mujaheddin bosniaci. Abu Hamza è stato anche lui arrestato nel 2008 per terrorismo e trasferito nel centro di detenzione di Lukavica. La procedura per la sua estradizione in Siria è stata bloccata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nel febbraio del 2012.

 

Legami privilegiati

Alla fine del 2010 Bajro Ikanović dà vita a casa sua a una scuola per wahabiti. In quel momento fa appello ai suoi “fratelli” per ingrandire la propria abitazione. Ma i vicini di casa, spaventati dall'aggressività dei suoi “allievi” hanno avvertito la polizia, che li ha obbligati a trasferirsi. Ikanović ha poi affermato di volersi trasferire a Gornja Maoča, l'enclave wahabita in Bosnia, dove avrebbe potuto allontanarsi da tutti quei "Kafirs" (infedeli) e “Vlaščine”, termine peggiorativo per designare i serbi. In realtà non si sposta da Hadžići.

Infine inaugura un centro di disintossicazione per alcolizzati e tossicomani in una fattoria del paese. Accoglie soprattutto membri della comunità wahabita. Ma questo centro non è che una copertura. Il suo vero lavoro è quello di “esattore” per conto di Dragan Stajić Sijalić, il primo nome sulla lista del crimine organizzato in Bosnia Erzegovina, secondo il ministero degli Interni bosniaco.

Ikanovic avrebbe lavorato anche per Naser Orić, antico capo bosgnacco a Srebrenica e per Naser Kelmendi, uno dei più importanti narcotrafficanti dei Balcani. Quando Kelmendi è stato obbligato alla fuga dalla Bosnia nel settembre del 2012 (è stato arrestato di recente in Kosovo, ndr) Bajro ha chiesto protezione, senza successo, a Naser Orić.

Ikanović avrebbe così deciso di andare a combattere in Siria.

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea.

 

 

=== 2 ===

 

http://balkans.courriers.info/article23619.html

 

Koha Ditore

 

Kosovo : arrestations de « volontaires pour la Syrie » de retour au pays

 

Traduit par Nerimane Kamberi

 

Publié dans la presse : 13 novembre 2013

 

Plusieurs personnes ont été arrêtées ces derniers jours au Kosovo pour « terrorisme et intolérance religieuse et raciale », lors d’une opération de la police menée à Pristina et Gjilan/Gnjilane. Ces individus sont soupçonnés d’avoir des liens très étroits avec des citoyens du Kosovo partis se battre en Syrie, au sein du Front Al Nosra.

Par Vehbi Kajtazi

Genc S. a combattu en Syrie, son nom de guerre est Abu Hafs Al Albani. Il a été arrêté le 6 novembre par la police du Kosovo. D’autres personnes ont aussi été interpellées lors d’une opération menée à Pristina et à Gjilan/Gnjilane, où des armes et des explosifs ont été découverts.

 

Quatre individus, Valon Sh., Musli H., Ardian M. et Nuredin S. ont été arrêtées. Ces hommes sont soupçonnés de terrorisme, et d’intolérance religieuse et raciale. Un autre homme, Bekim M., est soupçonné d’avoir participé à l’agression, le 3 novembre à Pristina, de deux citoyens américains, membres d’une organisation chrétienne, qui distribuaient des brochures religieuses.

Selon nos informations, les personnes arrêtées auraient des liens très étroits avec certains combattants partis en Syrie. Ces derniers auraient rejoint le Front Al Nosra, une organisation considérée comme « terroriste » par les Nations-Unies, les États-Unis et la Grande-Bretagne. Cent cinquante Kosovars combattraient au sein de ce groupe, lié à Al-Qaïda. Trois d’entre eux ont été tués.

Selon nos sources, de plus en plus de citoyens du Kosovo partent vers la Syrie. Jusqu’à présent, rien n’a été fait pour les en empêcher. Selon certaines administrations d’État, ces combattants représentent pourtant un danger pour le pays. Les services secrets estiment que les volontaires qui se battent en Syrie ont certainement été endoctrinés « pour faire la guerre sainte » et qu’ils pourraient entreprendre des actions terroristes une fois rentrés au pays.

L’organisation humanitaire turque IHH organiserait le recrutement des Albanais. Selon l’agence iranienne FARS, le dernier groupe d’Albanais à être parti vers la Syrie comptait quatre-vingt-dix personnes. Depuis Tirana, ils ont rejoint Istanbul par le vol 1078 de la compagnie Turkish Airlines, le 30 juin 2013. Ils n’ont pas combattu aux côtés de l’Armée syrienne libre, mais ont rejoint des groupes liés à Al Qaïda.

 

 

=== 3 ===

 

http://www.stefanogiantin.net/balkans/fa-paura-il-ritorno-a-casa-dei-ribelli-balcanici-in-siria/

 

            • BALCANI


20. 12. 2013 - IL PICCOLO

STEFANO GIANTIN

 

Fa paura il ritorno a casa dei ribelli balcanici in Siria

 

«I cittadini del Kosovo non devono impegnarsi in guerre in giro per il mondo». E il Paese non diventerà «un’oasi sicura» per radicali islamici ed estremisti, la recente promessa della presidentessa kosovara, Atifete Jahjaga. «Non dobbiamo abbassare la guardia, consapevoli che quello terroristico è un contagio possibile laddove ci sono forti ragioni per ideologizzare le minoranze», l’allarme lanciato dal ministro della Difesa italiano, Mario Mauro, subito dopo la visita a Pristina, a inizio settimana.

Due dichiarazioni di alto profilo che lasciano intendere che la questione, sempre più presente sulle pagine dei giornali locali, dei giovani balcanici finiti in Siria a combattere nelle file dei ribelli preoccupa, nei Balcani e oltre. Nessuna sorpresa. Un rapporto dei servizi di sicurezza tedeschi, reso pubblico da “Der Spiegel” già a ottobre, ha confermato che più di un migliaio di «jihadisti» europei «combattono oggi in Siria», quattro volte in più rispetto a fine 2012. Tanti arrivano dal Kosovo, circa 150, ma sono un centinaio anche i bosniaci. Secondo alcune stime della polizia di Belgrado, sarebbero invece una cinquantina quelli partiti dalla regione serba del Sangiaccato. Tutti giovani, spesso appena maggiorenni, reclutati da organizzazioni islamiste ultraradicali. Chi ha abboccato alla loro esca è stato il giovane serbo Mirza Ganic, 19 anni, ex studente modello di Novi Pazar, da mesi in Siria. Giovane assurto agli onori delle cronache dopo aver minacciato di morte via Facebook uno dei vicepremier serbi, Rasim Ljajic, e il ministro bosniaco responsabile della Sicurezza, Fahrudin Radoncic, due «puttane dell’Occidente». Ganic che in Siria combatte con il nome di battaglia di “Ebu Sheheed” e che usa i social network per raccontare la sua quotidianità di ribelle. E per promettere che continuerà a battersi, una volta a casa. «Triste» vedere «come funziona oggi la Bosnia», uno dei tanti commenti del giovane, «in prigione chi l’ha difesa, i criminali di guerra liberi». «Ma non importa più». Un giorno «torneremo» dalla Siria, forse per risolvere la situazione con metodi non pacifici.

Promessa da prendere tuttavia con le molle. Oltre all’episodio dell’attacco all’ambasciata Usa a Sarajevo nel 2011 e alla bomba alla stazione di polizia di Bugojno, nessun grave atto terroristico di matrice islamica è stato registrato in Bosnia e nei Balcani negli anni passati. Ma il pericolo non va sottovalutato, spiega al Piccolo il professor Vlado Azinovic, forse il massimo esperto nei Balcani di sicurezza e terrorismo e autore di “Al Qaeda in Bosnia: Myth or Present Danger”. «Non ci sono prove che persone che hanno combattuto in Siria abbiano commesso crimini in Europa o in Bosnia una volta rimpatriate e una ricerca su combattenti stranieri coinvolti in guerre passate ha svelato che solo uno su nove è stato implicato in qualche crimine» in tempo di pace, esordisce Azinovic. Nondimeno, è gente «addestrata militarmente, radicalizzata ideologicamente, potrebbe in teoria essere assoldata da organizzazioni criminali e terroristiche» e in generale «dobbiamo considerarli come un ragionevole pericolo».

Un pericolo ancora più serio in Bosnia, Paese «disgregato socialmente, eticamente ed economicamente», una «società dove principi e valori» che esistevano prima della guerra «sono scomparsi e dove questi individui hanno la possibilità di diventare modelli per le giovani generazioni, facili da radicalizzare». Così, quando i Ganic torneranno in Serbia, Bosnia e oltre saranno «pericolosi non solo dal punto di vista della sicurezza, ma anche sotto la veste sociale, perché il loro impatto e la loro influenza potrebbero essere molto forti». Ma chi sono i guerriglieri balcanici? Ci sono due generazioni, «quella dei veterani della guerra in Bosnia, al tempo radicalizzati da combattenti stranieri arrivati da Paesi arabi, oggi 40enni, che in Siria continuano la loro guerra santa». Il problema sono però «i teenager», illustra Azinovic. Giovani che arrivano «da famiglie povere, sono senza lavoro e con una formazione limitata, scappano dalla povertà». La religione, come al solito, è la facciata, «ideologia legittimante usata per giustificare la violenza». Violenza che qualcuno di essi, tornato un giorno a casa, potrebbe reimportare.

«I combattenti stranieri sono stati in Bosnia un ostacolo alla pace e lo saranno anche in Siria, saranno un problema per la Siria e per i loro Paesi d’origine» perché è gente per cui «la guerra non ha fine e quando saranno espulsi» dal Medio Oriente «cercheranno un modo per continuare a combattere altrove». O per scappare ancora da una quotidianità di pace, disoccupazione e speranze zero che a volte fa più paura di una guerra.

 

 

=== 4 ===

 

http://www.resistenze.org/sito/os/lp/oslpea20-013873.htm

 

www.resistenze.org - osservatorio - lotta per la pace - 20-01-14 - n. 482

I pacifisti turchi accusano: Presentato alle Nazioni Unite un rapporto sui crimini di guerra commessi contro il popolo siriano


AC | solidarite-internationale-pcf.over-blog.net/
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/01/2014

L'accusa: 45 avvocati, giornalisti, parlamentari, sindacalisti, artisti turchi hanno pubblicato e trasmesso alle Nazioni Unite un rapporto (*)  che condanna i "crimini contro il popolo della Siria", che riferisce delle azioni dei gruppi jihadisti e della guerra di aggressione contro la Siria.

L'"Associazione turca per la Pace" e gli "Avvocati per la giustizia" preparano da diversi mesi un rapporto preliminare per intentare procedimenti penali contro i criminali di guerra in Siria e i loro sostenitori. Intendono adire i tribunali turchi e soprattutto la corte internazionale. Il rapporto è stato presentato alla Commissione d'indagine indipendente dell'ONU sui crimini commessi in Siria.

L'idea è quella di creare l'equivalente del Tribunale Russell per i crimini di guerra in Vietnam nel 1960, proseguito per le guerre in Iraq e in Palestina, per giudicare i crimini commessi dall'imperialismo.

A loro credito, gli avvocati e i giornalisti turchi conoscono molto bene il terreno: sia perché esperti delle regioni di confine turco, o come partecipanti di gruppi di inchiesta in visita in Siria o in quanto reporter di guerra in Siria.

Gli avvocati turchi si basano sullo "Statuto di Roma" previsto dalla Corte penale internazionale (CPI) e classificano i crimini commessi in Siria in tre tipi: crimini di aggressione, crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Il primo ordine di crimini fonda l'accusa, gli altri due sono strettamente collegati alle attività delle bande criminali in Siria.

Una guerra di aggressione: un crimine contro il popolo della Siria

L'accusa posa sul concetto di "guerra di aggressione", riconosciuta in un emendamento dello Statuto di Roma del 2005, che riguarda di norma uno Stato aggressore.

Tuttavia la definizione comprende "l'invio, a nome di uno Stato, di bande, gruppi armati, truppe irregolari o mercenari per intraprendere una lotta armata contro uno Stato".

Così per l'Associazione per la Pace, si tratta in primo luogo di denunciare gli istigatori, i cosiddetti "Amici della Siria", riuniti a Tunisi nel mese di febbraio 2012 e a Doha nel giugno 2013, che hanno da subito riconosciuto il Consiglio nazionale siriano, sostenendo in tal modo la ribellione armata.

Nella lista degli imputati, spiccano cinque nomi: Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Israele, Turchia.

Non sorprende affatto il coinvolgimento statunitense, sostiene l'Associazione, ricordando i piani per eliminare qualsiasi ostacolo al progetto del "Grande Medio Oriente", passando per Iraq, Siria e infine Iran. Gli USA dialogano con i gruppi armati, i gruppi di coordinamento, forniscono comprovato sostegno finanziario e logistico.

L'Arabia Saudita dal canto suo, cerca di isolare l'Iran e creare una Siria sunnita sotto il protettorato saudita. Lo stato sta investendo miliardi per armare i combattenti, formarli e guidarli direttamente in vista degli obiettivi di potenza regionale.

Per quanto riguarda il Qatar, ha sostenuto la ribellione armata sin dall'inizio, ha ospitato l'incontro di Doha nel giugno 2013. All'epoca il Primo Ministro del Qatar ha dichiarato che il "sostegno armato era l'unico modo per raggiungere la pace". Da allora ha misurato la sua posizione, cercando una conciliazione tramite l'Autorità palestinese.

Infine, l'intervento di Israele non si è limitato a sostenere i gruppi armati: consegna di automezzi ai ribelli, minizioni all'uranio impoverito, soccorso ai combattenti negli ospedali israeliani, progetto di intervento internazionale coordinato da Israele.

La Turchia, in quanto base arretrata della ribellione armata, è il primo paese sul banco degli imputati

Ma è sulla Turchia che il dossier è più dettagliato, trovandosi la sua politica imperialista neo-ottomana sempre più in contrasto con la cosiddetta "politica di zero problemi con i vicini", che aveva precedentemente determinato relazioni pacifiche con la Siria.

La Turchia ha ospitato la nascita del Consiglio nazionale siriano nel mese di agosto 2011, nel maggio 2012 ha sospeso le relazioni diplomatiche con la Siria, escluso i diplomatici siriani.

Infine, nel settembre 2012, Erdogan aveva anche confidato al Washington Post che la Turchia ha fornito supporto logistico ai ribelli, aggiungendo, in analogia con l'intervento americano in Iraq: "Dobbiamo fare quello che è necessario, e lo faremo".

Gli atti di concreta cooperazione tra Turchia e ribelli sono centinaia: i ribelli utilizzano la Turchia come base arretrata di ripiegamento e circuito di rifornimento privilegiato.

Basta ricordare che le basi di addestramento del cosiddetto Esercito libero siriano si trovano nella provincia turca di confine di Hatay, che i campi profughi si rivelano essere le basi di ripiegamento degli jihadisti e che, infine, la Turchia è il paese di transito per le armi dal Golfo.

E' sempre più probabile che sia attraverso la Turchia che i ribelli siano stati in grado di dotarsi di un equipaggiamento chimico, cosa indicata in una lettera di 12 ex alti funzionari dei servizi segreti degli Stati Uniti al presidente Obama.

Ultimo scandalo in ordine di tempo, il 15 dicembre scorso è stato rivelato che secondo un'indagine dell'ONU, dal giugno 2013 una quantità non inferiore alle 47 tonnellate di armi e munizioni sono circolate tra la Turchia e la Siria!

Lo Stato turco ha volontariamente fatto del confine una zona di non-diritto, dove prosperano i traffici di ogni tipo (armi, automezzi). I controlli alle frontiere sono impossibili, il confine è appannaggio delle milizie islamiste, delle bande di teppisti e dei trafficanti di ogni genere.

Tuttavia, il governo turco controlla le informazioni di vitale importanza. Gli avvocati forniscono l'esempio di quel jihadista turco (Burak Yazici) morto in Siria, che le autorità turche avevano individuato ma fatto passare per combattere il regime di Assad.

Gli jihadisti di Al Qaeda pattugliano le strade delle città della Turchia meridionale. Human Rights Watch è indignato dall'ipocrisia turca che "accorda un rifugio sicuro a dei criminali di guerra, persone che hanno violato i diritti umani".

Il 7 novembre ultimo scorso, è stato trovato un camion pieno di lanciarazzi, bombe e armi fabbricate nello stabilimento di Konya in Turchia, destinato alla Siria, guidato da Heysem Topalca, combattente in Siria ma mai indagato... perché vicino ai servizi segreti turchi.

L'"Esercito del crimine": sei gruppi terroristici per un'unica ondata di terrore sotto il pretesto della religione

Al-Qaeda, Esercito libero siriano (ELS), jihadisti e oppositori di tutte le risme: chi sono i ribelli siriani? Chi sono i criminali che agiscono agli ordini dei capi di questa guerra di aggressione contro il popolo siriano?

L'associazione divide questi criminali in sei gruppi, con separazioni complesse e mutevoli. Ha sottolineato che l'ESL e Al Qaeda dirigono questi gruppi, anche se non ritengono siano organizzazioni deboli dal punto di vista strutturale, orbitanti attorno a nuclei combattenti abbastanza addestrati.

Solo le forniture di armi saudite, coordinate dalla CIA, hanno potuto unire per un po' questi gruppi, intenti a regolare le loro rivalità per spartirsi il bottino.

Tra l'altro distinguere le bande prossime all'ESL o ad Al Qaeda è spesso impossibile, operando spesso insieme. Per esempio: Osman Karahan, un avvocato turco che lavorava per Al Qaeda, è morto ad Aleppo nel giugno 2012 mentre combatteva per l'ESL.

Primo gruppo jihadista in Siria: il Fronte islamico siriano, che conta tra 13 e 20.000 uomini, basato sulla Brigata Ahrar Al-Sham. Questo gruppo ha importanti legami con la Turchia, l'Iraq, è collegato con l'ESL e opera soprattutto nelle regioni curde.

Secondo gruppo, il Fronte di Liberazione Islamico, con cinque brigate: quella di Tawhid ad Aleppo legata all'ESL, la Farouk ad Aleppo e Homs vicina alla Turchia, le brigate islamiche (Damasco) e Al Haq (Homs) legate all'Arabia Saudita. Infine, la quinta brigata Suquour al-Sham, vicina ad Al Qaeda, finanziata dal Qatar. Quest'ultima conta 3.000 combattenti, la brigata dell'Islam 10.000.

Terzo gruppo: Ghuraba al-Sham costituito da un gran numero di cittadini turchi e specializzato, naturalmente, negli attacchi contro le zone curde.

Quarto gruppo: la brigata dei martiri di Idlib, sempre più controllata dall'organizzazione islamista radicale Suquour al-Sham finanziata dal Qatar, legata ad Al-Qaeda. La brigata Al-Resul, un'altra organizzazione islamista radicale, istituita e sostenuta dal Qatar.

Si noti che organizzazioni coinvolte oggi nei combattimenti non sono basate in Siria, ma in Libano o in Iraq, come la Brigata Abdullah Azzam, una organizzazione salafita basata in Libano, vicina ad Al Qaeda o Jund al-Sham composta da jihadisti palestinesi.

Si può anche pensare all'Esercito iracheno libero, recentemente formato da persone vicine all'ex presidente iracheno Tarik Al Hashimi. La maggior parte di questi gruppi operano direttamente con al-Qaeda.

Quinto gruppo e non ultimo, il Fronte Al-Nosra, organizzazione fondamentalista islamica che ha giurato fedeltà ad Al Qaeda nel mese di aprile 2013. Da giugno 2013 si stimano 70 attentati commessi da questa organizzazione terroristica, che tende a prendere il sopravvento nella ribellione.

Si può anche aggiungere infine lo Stato Islamico in Iraq e Sham (ISIS), forte a Homs, Ar-Raqqah e Azez, le cui truppe conducono regolarmente attacchi contro i curdi e vanno e vengono dalla frontiera turco-siriana, e anche giordana.

Crimini di guerra, crimini contro l'umanità: una lunga lista di martiri del popolo siriano

Gli avvocati turchi indicano almeno 19 casi di crimini di guerra secondo lo Statuto di Roma e 10 casi di crimini contro l'umanità riconosciuti dall'articolo 7 dello Statuto (le due definizioni sono spesso confuse nella cosiddetta guerra civile in Siria).

Omicidi e massacri: L'Associazione fornisce come prova il caso di 22 attacchi mortali, soprattutto attraverso bombardamenti, direttamente attribuiti ai gruppi ribelli e da loro rivendicati.

Tra i più importanti, si può ricorda l'autobomba esplosa il 28 novembre 2012 in un quartiere multietnico, popolato da cristiani e drusi, a Jaramana. Risultato: 34 morti e 83 feriti.

Il 29 gennaio 2013, sono stati trovati 80 corpi, la maggior parte bambini, le mani legate dietro la schiena, lungo il fiume Quiq ad Aleppo, regione controllata dall'ESL.

Infine, il 21 febbraio 2013, una serie di esplosioni rivendicate da Al Qaeda, a Damasco, con 161 morti e 500 feriti.

Sterminio di gruppi razziali e religiosi: gli attacchi contro le minoranze religiose (cristiani, sciiti) o etniche (curdi, drusi, alawiti) si moltiplicano. Basti citare gli attacchi alle comunità alawita e curda a Latakia.

I militanti di Al-Nosra hanno attaccato otto villaggi il 4 agosto in Latakia. Dopo il bombardamento, gli jihadisti hanno terminato il massacro con asce, coltelli e machete. Centinaia di morti: tutti gli abitanti del villaggio di Hrrata sono morti, 12 sopravvissuti a Nabata.

A Balluta, gli jihadisti hanno prima massacrato i bambini radunati nella piazza del paese, poi gli adulti. Secondo il rapporto di Human Rights Watch, 190 persone sono state trucidate, ma le cifre potrebbero essere sottostimate.

Armi chimiche: il loro uso è dimostrato, almeno per l'attacco nella regione orientale di Guta, Damasco, il 21 agosto. Mentre la Siria di Assad è stata frettolosamente accusata dell'attacco, i fatti indicano una direzione diversa.

La Russia aveva già sottolineato che i missili erano stati lanciati da una zona sotto il controllo di Liwa al-Islam, milizia islamica. Nel mese di maggio 2013, l'esercito siriano aveva già trovato su soldati di Al-Nosra campioni di gas sarin o altre armi di distruzione di massa più raffinate.

Più tardi, nell'ottobre 2013, l'esplosione di una bomba al confine turco, in una zona controllata dai curdi presso Ras al Ayn, potrebbe essere stata accompagnata da armi chimiche a giudicare dai sintomi di avvelenamento di alcuni combattenti e dal fumo giallo dell'esplosione.

Non dimentichiamo che anche Carla del Ponte, membro della Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, ha confermato che non vi era alcuna prova che il governo siriano avesse usato tali armi, ma poteva essere il caso dei ribelli siriani.

Gli attacchi contro edifici scolastici, religiosi, culturali: sono frequenti, più di 2.000 scuole sono state distrutte nei combattimenti. Nel gennaio 2013, l'ospedale francese di Aleppo è stato vittima di un attentato con autobomba firmato Al-Nosra.

Il 28 marzo 2013, l'Università di Damasco è stato vittima di un attacco di mortaio che ha mietuto 15 persone e ferite 20. Il 21 marzo, la moschea di Eman si è trovata nel mirino durante la preghiera del venerdì, l'imam, pro-Assad, Sheikh Mohammed Said Ramadan al-Buti è stato ucciso, così come altre 42 persone.

I più grandi monumenti della ricca storia siriana, censiti dall'UNESCO, sono stati pesantemente danneggiati, depredati: si può pensare al [castello medievale] Krak dei Cavalieri, Palmyre, alla vecchia città di Damasco, agli edifici di Aleppo, al bazar di Al-Madinah o alla Grande Moschea di Aleppo.

Molestie sessuali e stupri: è stato dimostrato che Al Qaeda e le organizzazioni collegate all'ESL hanno stuprato migliaia di donne e bambini. Secondo la ONG "Donne sotto assedio" vi sono prove che nel 2012 vi sono stati 100 casi di stupro, l'80% nei confronti di donne o ragazze. Le cifre sono grossolanamente sottovalutate.

Tutte le denunce di "Avvocati per la giustizia" in Turchia non hanno portato ad alcuna azione concreta contro i criminali di guerra e contro i loro complici.

Eppure l'attacco islamista a Reyhanli, sul confine turco-siriano nello scorso maggio che ha mietuto 46 persone, ha risvegliato la coscienza del popolo turco. Questo è stato il punto di partenza della "ribellione di giugno", che ha scosso il regime autoritario di Erdogan, ora vacillante sotto il peso degli scandali.

Ora, gli avvocati amanti della giustizia, i giornalisti amici della pace, i parlamentari desiderosi di verità si rivolgono all'opinione pubblica internazionale: bisogna esprimere un grande movimento di solidarietà con il popolo siriano, vittima di una guerra di aggressione. Che la verità sia detta e la giustizia sia fatta contro i criminali di guerra che infuriano in Siria!

* Il rapporto completo (in inglese) è disponibile al link: http://pwlasowa.blogspot.fr/2014/01/war-crimes-committed-against-people-of.html

 

 

=== 5 ===

 

http://www.silviacattori.net/article5358.html

 

Un Nouvel Israël dans le Nord de la Syrie

 

Bahar Kimyongür

 

Après le colon juif d'Europe en Palestine, voici le colon musulman d'Europe en Syrie. 

 

27 JANVIER 2014 

 

Depuis le siècle dernier, les peuples sémites du Palestine subissent un colonialisme de peuplement, celui des juifs d'Europe non sémites. 

 

Depuis deux ans, nous observons un phénomène similaire en Syrie: le colonialisme de peuplement des musulmans d'Europe non sémites.

 

Qu'ils soient d'origine maghrébine, pachtoune ou des Européens "de souche", ces musulmans quittent la Belgique, la France, l'Angleterre ou l'Allemagne par milliers pour aller s'installer dans le Nord de la Syrie.

 

S'ils débarquent parfois avec femmes et enfants, certains fondent une famille sur place en se mariant avec une ou plusieurs Syriennes.

 

Dans les quartiers chics d'Alep, notamment à Kafr Hamra, il existe aujourd'hui plusieurs colonies de musulmans européens, notamment des communautés de Belges comme me l'ont rapporté plusieurs témoins.

 

Contrairement à ce que l'on pourrait penser, ces colons d'un genre nouveau passent plus de temps à vivre leur foi à travers des cours de religion et des séances de prière qu'à combattre.

 

Leur idéologie est pourtant le takfirisme et leur drapeau, celui d'Al Qaïda. Ils disent détester les Juifs et Israël pour ce qu'ils font aux Palestiniens. Pourtant, eux-mêmes font pareil aux Syriens.

 

En fait, takfiristes et sionistes ont plusieurs points communs. En voici quelques-uns:

 

Pour drainer du sang neuf depuis l'Europe vers la Palestine, les colons juifs encouragent une ancienne pratique religieuse, l'alya, c'est-à-dire la migration des Juifs vers leur "Terre sainte".

 

Pour drainer du sang neuf depuis l'Europe vers la Syrie, les colons musulmans encouragent une ancienne pratique religieuse, la hijra, c'est-à-dire la migration des musulmans vers leur "Terre sainte".

 

Les colons juifs d'Europe occupent les terres et les maisons des Palestiniens.

 

Les colons musulmans d'Europe occupent les terres et les maisons des Syriens.

 

L'idéologie des colons juifs d'Europe, le sionisme, est une déviation politique sectaire et violente du judaïsme.

 

L'idéologie des colons musulmans d'Europe, le takfirisme, est une déviation politique, sectaire et violente de l'islam.

 

Comme les colons juifs d'Europe en Palestine, les colons musulmans d'Europe en Syrie s'érigent en peuple élu et considèrent l'Autre comme un citoyen de seconde zone voire comme un sous-homme.

 

Pour le colon juif de Palestine, le monde est divisé entre les siens et les goys, c'est-à-dire les non-juifs

 

Pour le colon musulman de Syrie, le monde est divisé entre les siens et les kouffars, c'est-à-dire les non-musulmans.

 

Le projet politique du colon juif d'Europe: créer Eretz Israël, le Grand Israël du Roi David qui va du Nil à l'Euphrate avec Jérusalem pour capitale.

 

Le projet politique du colon musulman d'Europe: faire renaître le califat omeyyade dont la capitale fut Damas.

 

La pratique du colon juif d'Europe: judaïser la Palestine à outrance alors qu'elle était partiellement juive avant la création d'Israël.

 

La pratique du colon musulman d'Europe: islamiser la Syrie à outrance alors qu'elle est déjà majoritairement musulmane. 

 

Avant la création d'Israël, juifs, chrétiens et musulmans de Palestine vivaient en harmonie.

 

Avant la création de l'émirat d'Al Qaïda en Syrie, juifs, chrétiens et musulmans de Syrie vivaient en harmonie.

 

Depuis la déclaration de Balfour de 1917, la Palestine musulmane, juive et chrétienne est sous occupation sioniste.

 

Depuis le printemps arabe de 2011, la Syrie musulmane, juive et chrétienne est sous occupation takfirie.

 

Par conséquent, la libération de la Palestine et de la Syrie nécessite de résister contre les deux fléaux de la région: le sionisme et le takfirisme.

 

 

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Cet article en langue francaise:

La guerre des Saoud contre la Syrie
Par Bahar Kimyongür - Mondialisation.ca, 23 janvier 2014

http://www.mondialisation.ca/la-guerre-des-saoud-contre-la-syrie/5366046

 

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http://aurorasito.wordpress.com/2014/01/26/la-guerra-dei-saud-contro-la-siria/

 

La guerra dei Saud contro la Siria

 

gennaio 26, 2014

Bahar Kimyongür, Global Research, 23 gennaio 2014

 

Qualsiasi osservatore del conflitto siriano desideroso di saperne di più sulla rivolta anti-regime avrà qualche difficoltà a poterlo fare, data l’inflazione di gruppi armati, oramai oltre un migliaio. La guerra fratricida in cui sono sprofondate le principali milizie jihadiste dall’inizio dell’anno, evidenzia la confusione particolare su ruolo ed evoluzione di al-Qaida nel conflitto. Eppure, al di là delle rivalità economiche e territoriali, la stessa ideologia e la stessa strategia le uniscono e le collegano a un attore chiave nella guerra siriana: il regno dell’Arabia Saudita.

 

Il wahhabismo siriano prima della guerra
Il movimento religioso fu fondato circa 250 anni dal predicatore estremista Muhammad bin Abdul Wahhab nel Najd in Arabia Saudita, non è una moda apparsa improvvisamente in Siria e favorevole alla primavera araba. Il wahhabismo ha una forte base sociale nei siriani che da diversi anni vivono in Arabia Saudita e altre teocrazie della penisola araba. In Siria, gli immigrati del Golfo sono singolarmente chiamati “sauditi” perché al loro ritorno a casa vengono confusi con i veri sauditi. La maggior parte di tali emigranti di ritorno, infatti, sono impregnati di puritanesimo rituale, di costume, familiare e sociale che caratterizza i regni wahhabiti (1). Ma il wahabismo siriano è anche  composto da predicatori salafiti espulsi dal regime di Damasco e ospitati dai regni del Golfo. Nonostante la distanza e la repressione, questi esuli poterono mantenere le reti d’influenza salafite nelle loro regioni e tribù originali. La proliferazione dei canali satellitari wahhabiti in Siria ha rafforzato la popolarità di alcuni esuli siriani convertitisi al “tele-coranismo”. Il più rappresentativo di questi è probabilmente Adnan Arur. Esiliato in Arabia Saudita, lo sceicco della discordia (fitna) com’è soprannominato, anima diversi programmi su Wasal TV e Safa TV, dove ha reso popolari i discorsi anti-sciiti e anti-alawiti, tra cui quello in cui chiede di “macellare gli alawiti e gettarne la carne ai cani.” Nella regione di Hama da cui proviene, Arur ha mantenuto un’influenza notevole, al punto che il suo nome è stato scandito nelle prime manifestazioni anti-regime nel 2011.
Dal punto di vista storico e territoriale, la wahhabizzazione dilagante tra le popolazioni rurali in Siria, ha sopraffatto l’istituzionale sunnismo siriano Hanafi dal presunto orientamento tollerante. Dopo la svolta liberale adottata dal partito Baath nel 2005, il wahabismo ebbe una significativa ripresa nei sobborghi poveri delle città siriane o in piccole città come Duma o Daraya, facendo rivivere lo spettro della discordia tra le comunità. Molti siriani arricchitisi in Arabia Saudita lanciarono campagne di beneficenza nel Paese d’origine, aumentando così la loro influenza tra i siriani svantaggiati. Ogni vuoto dello Stato fu presto riempito dalle reti caritative collegate ad ambiziosi sceicchi esuli. Uno dei più noti è Muhammad Surur Zayn al-Abidin. È il capo di una corrente di un proselitismo a metà strada tra il movimento della Fratellanza musulmana siriana e il wahhabismo (2). Nel frattempo, i siriani nel Golfo sono diventati i maggiori sponsor privati della jihad in Siria, presto aiutati nel loro “sacro” compito da ricchi donatori sauditi, come anche quwaytiani, bahrayni e giordani, quasi sempre di osservanza wahhabita (3). Nonostante la relativa calma, che dava reputazione al regime di sicurezza di Damasco prima dei disordini e della guerra che vediamo da tre anni, il Paese subì diversi casi di scaramucce e provocazioni confessionali. (4) Un nativo della città a maggioranza sunnita di Tal Qalaq, nel governatorato di Homs, mi disse di un  tentato pogrom anti-alawita più di un anno prima delle prime manifestazioni democratiche del marzo 2011. Altri siriani hanno confermato l’instaurarsi nel decennio precedente di un’atmosfera velenosa di risentimento delle comunità dei quartieri poveri di Damasco e Idlib e in alcuni villaggi. Le autorità siriane preferirono sopprimere tali incidenti per evitarne il contagio. Nel marzo 2011, gli slogan contro gli sciiti di Hezbollah ed Iran urlati alle porte della moschea Abu Baqr Sadiq di Jablah, sulle coste siriane, presto lasciò il posto ad appelli alla guerra contro le minoranze. Mentre i siriani protestavano contro ingiustizia, tirannia, corruzione e povertà, alcune forze conservatrici cercarono deliberatamente di deviare la rabbia popolare su obiettivi inermi, il cui unico crimine era quello di esistere. Così, prima ancora che le truppe di al-Qaida sparassero il loro primo colpo in Siria, i predicatori wahabiti stavano già manovrando.

 

La wahhabizzazione della ribellione siriana
Se all’inizio della rivolta siriana, tra la stragrande maggioranza dei combattenti sunniti si potevano trovare alcuni ribelli drusi, cristiani, sciiti e alawiti, sotto la pressione di agitatori e dei generosi donatori del Golfo, la ribellione rapidamente si omogeneizzò sul piano confessionale e si radicalizzò, costringendo alcuni combattenti delle minoranze a smobilitare ed esiliarsi. Nella loro propaganda, i gruppi di ribelli siriani adottarono gli insulti anti-sciiti in voga nel regno dei Saud.  Sciiti, ma anche alawiti, drusi e ismailiti vennero sempre più accusati dai ribelli di essere miscredenti (qufar), negazionisti (rafidha), zoroastriani (majus), trasgressori (tawaghit, plurale di taghut), politeisti, adoratori di icone, pietre o tombe (mushriqin), satanisti, invasori persiani cripto-iraniani, safavidi o cripto-giudei (5). Nel frattempo, battaglioni dalle connotazioni confessionali si formarono anche nell’Esercito libero siriano: battaglioni Muawiya, Yazid, Abu Ubayda Jarrah, Ibn Taymiyah, Ibn Qatir, la brigata turkmena Yavuz Sultan Selim dal nome del sultano-califfo ottomano che nel XVI.mo secolo massacrò aleviti, alawiti e sciiti… Tra questi gruppi di insorti a connotazione religiosa c’è la famosa brigataFaruq, la spina dorsale dell’esercito libero siriano. Nessun media occidentale s’è nemmeno chiesto il significato di Faruq. (6) Era il soprannome del califfo Omar Ibn Qatab, considerato un usurpatore dagli sciiti. Nessuno si può dimenticare Qalid al-Hamad, l’uomo che squartò un soldato dell’esercito governativo prima di morderne il cuore e il fegato, prima gridò: “Oh, eroe! Uccidere gli alawiti e tagliare i loro cuori per mangiarli!” Ma se ci ricordiamo che questo individuo non era un membro di al-Qaida o un semplice miliziano, ma un comandante della famosa brigata al-Faruq dell’Esercito libero siriano (ELS) apparentemente moderato ed oggi guidato da Salim Idris. Il predicatore Adnan Arur che invocava lo sterminio nelle sue comparsate televisive fa parte dell’esercito libero siriano (ELS) e non della cosiddetta ribellione “estremista”.
Questi esempi dimostrano che la presentazione dell’Esercito libero siriano (ELS) come ribellione democratica, laica e plurale sia un puro prodotto del marketing presso l’opinione pubblica occidentale. Oggi, i nostri media indicano il Fronte islamico (FI), la principale coalizione jihadista che riunisce circa 80000 combattenti, quale possibile alternativa ad al-Qaida. Il leader del Fronte islamico è Zahran al-Lush. È il figlio di Muhammad al-Lush, predicatore ultra-conservatore ed esule siriano in Arabia Saudita. Zahran al-Lush che invano ha resistito al ramo siriano di al-Qaida, cioè al-Nusra e Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (EIIL), o Desh, ha la stessa retorica settaria dei suoi concorrenti. In un discorso al castello omayade di Qasr al-Hayr al-Sharqi nei pressi di al-Suqna, nel luglio 2013, ecco cosa dichiarò urbi et orbi Zahran al-Lush: “I figli degli omayadi sono tornati nel Levante malgrado voi. I mujahidin del Levante elimineranno le brutture dei rafidha purificando il Levante… gli sciiti rimarranno per sempre sottomessi e umiliati come lo sono stati nella storia. E l’Islam ha sempre distrutto il loro Paese… La dinastia degli omayadi ha sempre distrutto il loro Stato“. (7) All’inizio dell’ottobre 2013, quattro gruppi jihadisti con diverse migliaia di combattenti indipendenti da al-Qaida annunciarono la creazione nella Siria orientale dell’Esercito siriano della comunità della Sunnah (Jaysh al-Sunna wal Jama’a). Non solo questa nuova coalizione sfoggia un nome chiaramente settario anti-sciita, ma in aggiunta accusa i suoi nemici di essere safavidi, il nome di una dinastia sciita che governò l’Iran nel 1501-1736. Inoltre, il nuovo esercito settario proclama la volontà di combattere le “sette” fino al giorno del giudizio. (8) Pertanto, non sarebbe realistico considerare la ribellione armata contro al-Qaida un segno della rispettabilità e della tolleranza di tali gruppi. Infatti, tutti i movimenti ribelli attivi in Siria sono taqfîri, cioè conducono la guerra contro gli “increduli”, prima contro le correnti dell’Islam considerate eretiche e non-credenti, poi contro le minoranze cristiane e, infine, contro i sunniti. La distinzione fatta dai media occidentali tra ribelli e jihadisti è abusiva. Tra al-Qaida, Fronte islamico ed Esercito libero siriano c’è la distinzione tra Pinco Panco e Panco Pinco.

 

Il regno wahhabita attacca la fortezza siriana
In tre anni di conflitto in Siria, il regime dei Saud non ha potuto semplicemente esportare la sua ideologia. Fin dall’inizio della crisi incombente, in effetti, Riyadh si poneva come l’avanguardia nella guerra contro il regime siriano. S’è distinto come il primo Paese a rompere le relazioni diplomatiche con Damasco. Quando vi fu l’insurrezione armata in Siria, il regno wahhabita tentò immediatamente di prenderne il controllo. Incaricò i suoi agenti locali d’inviare risorse finanziarie, logistiche e militari ai gruppi di insorti più affidabili. In Libano, Turchia e soprattutto Giordania, l’intelligence saudita ha organizzato campi di addestramento per i ribelli siriani. Nella Terra dei Cedri, l’Arabia Saudita mobilita il Movimento del Futuro di Hariri, una potente famiglia politica libanese-saudita asservita alla dinastia wahhabita, nonché le cellule terroristiche nel Nord di questo Paese. I gruppi terroristici nel nord del Libano sono la forza di riserva tradizionale del regime di Riyadh nella guerra contro il partito Hezbollah ben radicato tra la popolazione sciita del Libano meridionale. Dall’inizio della “primavera siriana” (marzo 2011), lo stesso nord del Libano è sempre servito da base d’attacco dell’Arabia Saudita contro la Siria. Mercenari pro-sauditi di ogni origine, ma inizialmente siriani, accorsero nelle province di Homs e Damasco dal territorio libanese.
Il capo delle operazioni anti-siriane non è altri che il principe Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio nazionale della sicurezza saudita. Il principe è anche soprannominato “Bandar Bush” per via dei suoi stretti legami con l’ex-presidente degli Stati Uniti. Aduso alle operazioni segrete, il principe Bandar fece dell’eliminazione del presidente siriano una questione personale. Giunse ad arrivare a Tripoli, capitale del nord del Libano, per incoraggiare pagandoli i volontari della jihad anti-sciita, anti-Hezbollahe anti-siriana (9). A volte incarica i suoi migliori agenti hariristi, come il deputato Oqab Saqr, di assicurarsene la logistica. Secondo un’indagine del quotidiano Time, Oqab Saqr alla fine dell’agosto 2013 era ad Antiochia, città turca che funge da retroguardia dei jihadisti anti-siriani del fronte settentrionale, per rifornire diverse unità dell’esercito siriano libero (FSA) a Idlib e Homs. (10) Il 25 febbraio 2013, il New York Times rivelò che le armi provenienti dalle scorte segrete dell’esercito croato furono acquistate dall’Arabia Saudita e inviate ai ribelli siriani dalla Giordania. Si è parlato di “diversi aerei carichi di armi” e di una “ignota quantità di munizioni.” (11) Il 17 giugno 2013, citando diplomatici del Golfo, Reuters disse che l’Arabia Saudita fornì ai ribelli siriani missili antiaerei acquistati in Francia e Belgio. L’inviato afferma che il trasporto delle armi fu finanziato dalla Francia. (12) In Libano, Turchia e Giordania, l’Arabia Saudita muove le sue pedine mentre gli altri mandanti della ribellione, come il regime di Ankara e l’emiro del Qatar, si toglievano dai piedi. Oggi la Siria è vittima di una guerra saudita, una guerra d’invasione e conquista dell’Arabia Saudita.

 

Le legioni saudite sferzano la Siria
Vedendo che gli Stati Uniti erano riluttanti ad inviare truppe per combattere il regime di Damasco, dopo l’attacco chimico avvenuto il 21 agosto 2013, il regime di Riyadh ha deciso di raddoppiare gli sforzi per aumentare sensibilmente la spesa militare e il numero di mercenari sauditi nella guerra contro la Siria. Nel frattempo, centinaia di sauditi, soldati attivi e riservisti, sono andati in Siria a rafforzare i gruppi terroristici più radicali come al-Nusra e Desh. Nelle ultime settimane, il quotidiano libanese al-Safir e i media di Stato siriani hanno scoperto il maggiore coinvolgimento della monarchia wahabita, indicando che alcuni membri dell’esercito saudita, tra cui un colonnello, sono stati catturati dall’Esercito siriano ad Aleppo, mentre un generale capo di stato maggiore dell’esercito saudita, Nayaf Adil al-Shumarim, era stato ucciso in un attacco suicida a Dayr Atiyah. I media siriani ne hanno pubblicato la foto in uniforme dell’esercito saudita. Al-Shumari era il figlio del capo della guardia reale saudita. Un’altra personalità saudita, Mutlaq al-Mutlaq, figlio del generale saudita Abdullah Mutlaq Sudayri, è stato ucciso ad Aleppo. Alla sua morte, le autorità saudite hanno cercato di dissociarsi dal suo ingaggio in Siria, affermando che era latitante nel Paese in guerra. Le osservazioni del giornaleal-Safir, tuttavia, indicano che lo zio paterno di Mutlaq al-Mutlaq è anch’egli in Siria tra i jihadisti. (13) Tra le migliaia di sauditi attualmente presenti in Siria, ci sono anche sceicchi influenti come Abdullah al-Muhaysany. In un video pubblicato su Youtube, si vede con un’arma in mano decantare il fronte al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), entrambe filiali di al-Qaida in Siria e maledire shiiti e alawiti (14). L’inerzia dei servizi segreti sauditi di fronte alla presenza di figure pubbliche come al-Muhaysany solleva interrogativi. All’inizio del conflitto, le autorità saudite sembravano voler mantenere i loro cittadini lontani dalla guerra in Siria. Nel settembre 2012, diversi religiosi appartenenti ad un ente governativo avevano anche sconsigliato i loro cittadini dal recarsi a combattere in Siria. (15) Oggi, Riyadh sembra invece predicare con veemenza la guerra totale nel Paese. Alla fine di novembre 2013, l’Esercito arabo siriano annunciava di aver catturato non meno di 80 combattenti sauditi a Dayr Atiyah, durante la battaglia del Qalamun. Il 15 gennaio 2014, l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite Bashar al-Jafari ha detto che il 15% dei combattenti stranieri in Siria è saudita. Nei suoi ultimi due interventi, il presidente siriano Bashar al-Assad ha sottolineato la minaccia del wahhabismo all’Islam e al mondo, aggiungendo: “(…) tutti devono contribuire alla lotta contro il wahabismo e alla sua eradicazione.” Il presidente siriano ha confermato che la guerra siriana è diventata una guerra dell’Arabia Saudita contro la Siria.

 

Conclusione
Quando parliamo del ruolo dell’Arabia Saudita nella guerra di Siria, per ignoranza o malafede, gli analisti occidentali spesso sono vaghi o semplicemente ripetono banalità sulla rivalità tra Iran e la dinastia Saud. Se i media occidentali, soprattutto francesi, sono avari di critiche verso le monarchie del Golfo, sono totalmente silenziosi sull’ossessione dei Saud nel confessionalizzare a tutti i costi un conflitto eminentemente politico, geostrategico e ideologico. E’ vero che i “nostri” esperti collegano il discorso religioso e l’estremismo della ribellione, ma ne parlano come conseguenza e non come  causa principale del conflitto e della sua perpetuazione. Tuttavia, le forze del regime hanno sempre sottolineato la solidarietà interconfessionale e l’unità del Paese al centro della lotta (che i media mainstream continuano a menzionare, facendo passare le forze lealiste per i membri di una sola comunità) mentre i gruppi armati inaspriscono le loro differenze e purezza dalle comunità considerate devianti rispetto alla popolazione in generale. Qualora questi miliziani fanatici  prendessero il potere, si avranno caos e terrore. Nelle cosiddette zone “liberate”, il gioco pericoloso anti-sciita e anti-alawita offerto dalla propaganda saudita s’è rapidamente trasformato in una campagna per sterminare tutto ciò che non è sunnita, prima, e tutto ciò che è diverso, poi. Ciò è il fenomeno che vediamo oggi, con la liquidazione di oltre mille jihadisti in due settimane di guerra tra fazioni rivali che sostengono la stessa fede e la stessa pratica teologica.
In tre anni di crisi e di guerra in Siria, la strategia saudita è passata dal ‘soft power‘ della wahhabizzazione rampante alla guerra diretta. I Saud hanno sabotato qualsiasi prospettiva di riforma, democratizzazione e riconciliazione in Siria. Poi hanno spinto i siriani a uccidersi a vicenda lanciando contro le forze lealiste i gruppi armati creati da zero a loro immagine. Vedendo fallire il loro piano per rovesciare il regime, hanno deciso di fare di tutto per ridurre in polvere la Siria con l’aiuto di al-Qaida. Mentre il regime teocratico di Riyadh è in guerra contro al-Qaida a livello interno, alcuni esperti occidentali dubitano ancora del sostegno di Riyadh ai terroristi in Siria. Tuttavia, la manipolazione dei servizi sauditi dei gruppi di al-Qaida come al-Nusra e il SIIL non è solo una costante della politica estera saudita, ma in aggiunta le milizie del Fronte islamico (FI) e dell’Esercito libero siriano (ELS) che l’Arabia Saudita sostiene, hanno ufficialmente un’ideologia quasi identica a quella di al-Qaida. Così tutti, dal capo dell’intelligence saudita Bandar bin Sultan al leader supremo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, dall’emiro di al-Nusra, Abu Muhammad al-Julani, al comandante dell’Esercito libero siriano Salim Idris, all’emiro di Desh Abu Baqr al-Baghdadi e al comandante del Fronte islamico (FI), Zahran al-Lush, sostengono lo stesso discorso, gli stessi metodi e gli stessi obiettivi in Siria. Il terrorismo di tali bande e del loro mandante saudita non lascia scelta alla Siria sovrana che resistere o sparire. Siamo sicuramente ancora lontani dalla pace.

 

Note
(1) Ho osservato tale fenomeno della wahhabizzazione nei miei numerosi viaggi in Siria tra il 1998 e il 2005. E’ stato osservato da Alper Birdal e Yigit Gunay, autori di un libro critico sulla primavera araba (Arap Bahari Aldatmacasi, ed. Yazilama, 2012). La figura dell’opposizione siriana Haytham Mana ha parlato perfino di una wahhabizzazione progressiva in Siria, durante una conferenza a Bruxelles del 3 novembre 2013.
(2) Muhammad Surur Zayn al-Abidin attualmente vive in Giordania.
(3) Secondo un articolo del 12 novembre del New York Times firmato da Ben Hubbard, dodici quwaytiani, tra cui un certo Ghanim al-Matayri, inviavano apertamente fondi per la jihad in Siria. Anche imam che vivono in Europa sono coinvolti nel traffico internazionale di armi in Siria, come l’imam siriano esiliato in Svezia Haytham Rahmah.
(4) A Qamashli, nella Siria nord-orientale, si ebbero sanguinosi disordini interetnici nel 2004 tra tifosi di calcio arabi e curdi.
(5) La leggenda narra che un ebreo convertito all’Islam, Abdullah Ibn Saba, sia il fondatore dello sciismo. Alcune fonti sunnite indicano Ibn Saba come agente provocatore ebreo che aveva la missione di distruggere l’Islam dall’interno. Ma fino ad oggi le autorità sciite negano l’esistenza stessa di questo personaggio e accusano gli autori di tale “mito” di cercare di screditare la loro fede.
(6) Faruq significa che distingue il bene dal male.
(7) Vedi
(8) Vedi
(9) Per dettagli su Bandar bin Sultan, Bahar Kimyongür, Syriana, la conquista continua, Ed. Investig’Action e Couleur Livres, Charleroi, 2012
(10) Times, Ribelli laici e islamici della Siria: Chi armano i sauditi e il Qatar?, 18 settembre, 2012
(11) New York Times, I sauditi aumentano gli aiuti ai ribelli in Siria con armi croate, 25 febbraio 2013
(12) Reuters, L’Arabia saudita fornisce missili ai ribelli in Siria: fonte del Golfo, 17 giugno 2013
(13) al-Safir, Jihadisti sauditi fluiscono in Siria, 5 dicembre 2012
(14) Vedi, Lo slogan dello sceicco saudita mette nello stesso paniere sciiti e USA, un controsenso. Il regno di cui è cittadino non solo è un protettorato degli Stati Uniti, ma inoltre Washington è uno dei principali sostenitori della jihad in Siria.
(15) Reuters, I sauditi scoraggiano i cittadini dalla “jihad” siriana, 12 settembre 2012

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

 

 

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http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2166

 

Fra Alitalia e Al Qaeda, l’ Italia negli “Amici della Siria”.

7 febbraio 2014

 

Gli aiuti degli Amici. Ovvero perché l’Italia è fra gli 11 “Amici della (guerra in) Siria” (e perché per pace e dignità ne dovrebbe uscire)


 

marinella correggia, marco palombo

Emiri e sceicchi, re e aspiranti sultani. Perché rispetto alla tragedia siriana l’Italia è fedele negli anni ai diktat di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e Turchia neo-ottomana? Paesi da basso impero che in nome dei diritti umani e dei popoli hanno armato chi ha messo la Siria a ferro e fuoco e fomentato una guerra che ha distrutto un paese?

Perché l’Italia siede con gli “Amici della Siria”, un incredibile gruppo di compagni di merende che conta undici, assai bellicosi, paesi membri* e che ritiene una sua creatura ornitorinco, la Coalizione di Doha, che non rappresenta neanche se stessa**, il legittimo unico rappresentante del popolo siriano? E rispetto ai quali la Siria dovrebbe proprio dire: “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io” ?

Perché l’Italia sta lì? La risposta è: perché i petrodollari non olent. Sceicchi ed emiri si stanno comprando pezzi di Occidente, in Italia, Francia, Uk . Già avevamo fatto notare il ruolo del Qatar ***. Ma in questo febbraio lo abbiamo capito ancora meglio.

Il 3 febbraio in particolare, a pochi giorni dalla dichiarazione a Ginevra degli “Amici”**** che sono riusciti a condannare gli Hezbollah come mercenari ignorando quelli mandati da loro, e a non condannare invio di armi , denaro e combattenti stranieri, ha visto due incontri significativi assai.

Letta piazzista nel Golfo, con il giro delle 7 moschee e la svendita di Alitalia*****.

E intanto la Bonino organizzava il terzo incontro (il secondo è stato in Kuwait) del Gruppo di alto livello sulle sfide umanitarie in Siria, svoltosi ieri alla Farnesina a porte chiuse – salvo l'introduzione della ministra.

Il gruppo più compatto fra i paesi presenti era proprio quello degli “Amici della Siria”. Ovvero come incendiare un paese e cercare di alleviare l’incendio con un po’ di crema sulle ustioni.

Incontro sugli aiuti alla Siria? Sarebbe stato meglio intitolarlo aiuti all’Italia.

A questo punto annunciamo una campagna del sito Sibialiria, nella quale speriamo di coinvolgere molti altri, per l’uscita subito dell’Italia dagli “Amici della Siria”, un passo che sarebbe un atto di denuncia dirompente, sarebbe come dire che condizione per pace e negoziato è che i gruppi armati (che assediano o tengono scudi umani) non siano più aiutati. E a chi dice che così si sbilancerebbe il tutto e si aiuterebbe Assad (che riceve armi – ma è un commercio legale) diciamo: per la Siria del futuro oltre alle elezioni va imposto un negoziato ma è mostruoso che gli attori al tavolo siano:

1.    Gruppi armati e alleati di jihadisti quando non jihadisti loro stessi.

2.    Una coalizione da hotel 5 stelle che non rappresenta nessuno.

Senza più armi a questi gruppi, il negoziato si farebbe con l’opposizione vera, interna e non armata, e contraria alle ingerenze straniere.

 

Note

*) Gli undici paesi del gruppo sono: cinque occidentali (USA, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia) e sei della macro-regione intorno alla Siria (Emirati Arabi uniti, Arabia saudita, Qatar, Turchia, Egitto, Giordania). Agli incontri partecipa quasi sempre la Coalizione Nazionale Siriana.

**) La Coalizione Nazionale Siriana ha deciso la partecipazione a Ginevra2 il 17 gennaio a Istanbul con il voto favorevole di 58 delegati su circa 120 che compongono il suo consiglio direttivo. I Fratelli musulmani, il gruppo più numeroso nel consiglio, non hanno partecipato alla votazione e nelle settimane precedenti avevano annunciato che, in caso di presenza della Coalizione a Ginevra2, sarebbero usciti dal coordinamento. Naturalmente in Italia di tutto questo non si parla.

***) Sibialiria, aprile 2012, Perché dovremmo boicottare il Qatar di M.Correggia http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=253

****) L' ultimo documento degli Amici della Siria è stato sottoscritto dagli undici paesi a Ginevra il 31 gennaio 2014 insieme alla Coalizione Siriana, alla chiusura della prima fase dei colloqui tra le controparti siriane. Lo abbiamo rintracciato, solo in lingua inglese, nel sito della rappresentanza italiana a Ginevra. In Italia non è stato né tradotto né citato da nessuno.

http://www.rapponuginevra.esteri.it/RappGinevra/Archivio_News/comunicato+SE+siria.htm 


*****) A proposito della trattativa Alitalia proponiamo la lettura di questo articolo dal sito della Stampa di Torino.

 

 

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